Pianezza, autunno 1706. La polvere da sparo si è diradata, le campane suonano a festa per la liberazione di Torino e il Ducato di Savoia respira. In una modesta casa, una giovane donna è tornata alla sua vita di sempre, eppure il suo nome inizia a circolare nei racconti dei soldati. È Maria Bricca. Oggi, a oltre tre secoli di distanza, proviamo a ricostruire un’intervista impossibile con lei, basandoci sulle cronache, le leggende e le analisi storiche, per capire chi fosse davvero la donna dietro il mito.
D. – “ Signora Bricca, prima che il vostro nome fosse legato all’assedio, chi eravate? La gente oggi vi conosce come un’eroina, ma la vostra vita era quella di una donna del popolo…”
R. – Sospira, con un sorriso timido. “ Eroina? Sono solo Maria. Nata Chiaberge, qui a Pianezza, nel 1684. La mia vita è sempre stata questa. Ricordo ancora, da bambina, la paura del 1693, quando i soldati francesi del generale Catinat saccheggiarono il nostro paese. Queste cose ti segnano. L’anno scorso, nel 1705, ho sposato Valentino Bricco, un uomo buono, vedovo e più grande di me, e sono diventata la “Bricca”. Quest’anno, a giugno, in piena guerra, Dio mi ha donato un figlio, Giuseppe Domenico. La mia vita era fatta di questo: la famiglia, il lavoro. Per un po’ ho servito come cuoca su al castello, conosco quelle mura come le mie tasche.”
D. – “Il vostro lavoro di cuoca nel castello vi ha dato una conoscenza unica del luogo. Com’era la vita in quelle cucine? Quali piatti preparavate e con quali ingredienti, considerando i tempi? “.
R. – “ Le cucine erano il cuore pulsante del castello. Un viavai continuo. Si lavorava dall’alba al tramonto. I piatti erano semplici, legati alla nostra terra: zuppe di verdure, polenta, carni arrosto quando c’erano, formaggi delle nostre valli. Gli ingredienti erano quelli che la stagione offriva. In tempo di guerra, però, la farina scarseggiava e la carne era un lusso. Bisognava fare miracoli con poco, usando erbe selvatiche e tutto ciò che si trovava negli orti. La fame aguzza l’ingegno, non solo in battaglia ma anche ai fornelli.”
D. – “E come ha influito questa vostra conoscenza del castello, acquisita lavorando come cuoca, sulla vostra decisione di aiutare i soldati sabaudi?”.
R. – “Lavorare in cucina non significa solo preparare il cibo. Significa conoscere ogni angolo, ogni scorciatoia per portare i piatti in tavola più in fretta, ogni passaggio di servizio. Sapevo dove erano le cantine, i magazzini e, sì, anche quella vecchia galleria dimenticata da tutti. Non era un segreto militare, ma un percorso di servizio. Quando ho capito che poteva essere utile per cacciare chi minacciava la nostra gente, non ho esitato. La mia conoscenza non veniva dalle mappe, ma dal lavoro quotidiano”.
D. – “Potete descriverci l’atmosfera a Pianezza e nei dintorni di Torino durante l’assedio? Devono essere stati mesi terribili. “
R. –“ Terribili è dire poco. Da maggio, Torino era circondata. Si sentivano i cannoni giorno e notte. La gente aveva fame, paura. Le bombe incendiarie piovevano sulla città, e anche qui in campagna l’aria era pesante. Si dice che sulla città siano cadute quasi centomila palle di cannone. Noi pregavamo la Consolata, sperando in un miracolo. I francesi si erano insediati nel castello di Pianezza, trasformandolo in un loro caposaldo. Per noi era un’offesa e una minaccia costante”.
D. –“ Ha menzionato il saccheggio del 1693. Che sentimenti nutrivate verso i francesi, considerando quelle esperienze passate e la loro presenza nel castello?”.
R. – (Lo sguardo si fa duro) “ Non è odio, è paura. E rabbia. Vedere soldati stranieri comandare a casa tua, prendere il tuo cibo, minacciare la tua famiglia… ti entra dentro. Il ricordo di Catinat era ancora vivo in tutti noi anziani. Quando li abbiamo visti di nuovo nel castello, abbiamo temuto il peggio. Non erano solo nemici del nostro Duca, erano una minaccia per la nostra vita di tutti i giorni, per il pane che mettevamo in tavola. Volevamo solo che se ne andassero e ci lasciassero in pace”.
Il castello di Pianezza non era una postazione qualunque. Occupato dai francesi, fungeva da base logistica cruciale per rifornire le truppe che assediavano Torino. La sua conquista avrebbe significato tagliare i rifornimenti nemici, in particolare munizioni e viveri, costringendoli a combattere con risorse limitate. Il duca Vittorio Amedeo II e suo cugino, il principe Eugenio di Savoia, lo sapevano bene. L’attacco a Pianezza non fu un’azione secondaria, ma un colpo strategico fondamentale per preparare la battaglia finale.
D. – “Veniamo a quella notte. La leggenda vi dipinge con un’ascia in pugno, alla testa dei soldati. Ma cosa accadde davvero? Quale fu il vostro ruolo? “.
R. – (Abbassa lo sguardo, quasi imbarazzata) “Un’ascia? No, per carità. Io sono una cuoca, non un soldato. È vero, conoscevo il castello. Sapevo di una galleria, un passaggio sotterraneo che dal paese portava fin dentro le mura, sbucando vicino al salone delle feste. Quando gli uomini del Principe Eugenio vennero a cercarmi, capii che quell’informazione poteva servire. Ho solo indicato la via, il percorso da seguire. Il coraggio è stato tutto dei granatieri di Brandeburgo e dei nostri soldati sabaudi, guidati dal principe di Anhalt. Loro hanno rischiato la vita, entrando nel covo del nemico. Si dice che i francesi stessero festeggiando, sicuri della vittoria. Furono presi di sorpresa. Io ho fatto solo il mio dovere per il mio Duca e la mia gente”.
D. – “Avete avuto paura in quel momento? Cosa vi ha spinto ad agire, nonostante il pericolo?”.
R. – “Certo che ho avuto paura. Chi non ne avrebbe avuta? Ma la paura per mio figlio, per la mia gente, era più forte. Pensavo al futuro di Giuseppe Domenico, nato in mezzo alla guerra. Volevo che crescesse in una terra libera, non sotto il tallone di un esercito straniero. Non è stato un atto di eroismo pensato, ma l’istinto di una madre e di una popolana che voleva proteggere la sua casa. A volte il coraggio non è l’assenza di paura, ma fare ciò che è giusto nonostante la paura.”
L’operazione fu un successo clamoroso. Molti ufficiali francesi furono uccisi o catturati, e il bottino fu ingente: cavalli, cannoni, munizioni e persino champagne destinato al Duca d’Orléans. Privati di rifornimenti cruciali, i francesi affrontarono la battaglia del 7 settembre in condizioni di svantaggio, contribuendo alla vittoria finale dell’esercito austro-piemontese.
Dopo l’assedio, Maria Bricca tornò alla sua vita anonima e morì nel 1733, a soli 49 anni. Per oltre un secolo, il suo nome rimase confinato ai racconti locali. La sua figura, come la conosciamo oggi, è in gran parte una costruzione del XIX secolo, un’epoca in cui l’Italia, in pieno Risorgimento, aveva un disperato bisogno di eroi popolari che incarnassero lo spirito di unità nazionale contro l’invasore straniero.
D. – “Subito dopo la liberazione, la vostra vita è cambiata? Avete ricevuto riconoscimenti o ricompense per il vostro aiuto?”.
R. – (Scuote la testa) “No, niente di tutto questo. La più grande ricompensa è stata vedere i soldati francesi andarsene e poter tornare a una vita normale, senza il suono dei cannoni. La mia vita è tornata quella di prima: la casa, mio marito, il piccolo Giuseppe. Forse qualcuno ha parlato di me, ma io non ho chiesto nulla. La pace era l’unica ricompensa che desideravo”.
Il punto di svolta fu nel 1844, quando il pittore Francesco Gonin, su commissione del re Carlo Alberto, realizzò la tela “Maria Bricca sorprende i francesi nel castello di Pianezza”. L’opera, oggi conservata presso la Basilica di Superga, raffigura Maria con un’ascia in mano, mentre guida l’assalto. Quest’immagine, potente e drammatica, divenne la versione ufficiale della storia. Lo storico Goffredo Casalis, vedendo il dipinto, inserì l’episodio nel suo celebre “Dizionario”, consacrando Maria Bricca come “personaggio” storico. Insieme al minatore Pietro Micca, divenne l’eroina “dal basso”, simbolo del popolo che si unisce al suo sovrano per la patria.
D.- “Se poteste vedere il futuro, signora Bricca, vedreste il vostro nome su strade a Torino e Pianezza ?”.
R. – (Sorride, incredula) “Strade? Monumenti? Mi sembra uno scherzo. Io sono tornata alla mia cucina e a mio figlio. Non ho mai cercato gloria. Se il mio piccolo gesto è servito a qualcosa, ne sono felice. Ma l’onore spetta ai soldati che hanno combattuto e a nostro Signore che ci ha protetti. Forse, più che il mio nome, spero che la gente ricordi il coraggio di un popolo che non si è arreso, che ha lottato per la propria terra. Questo è ciò che conta.”
D. – “Dopo quell’episodio, come è pro “seguita la vostra vita? Avete mai pensato di lasciare Pianezza o di cercare un ruolo diverso, magari sfruttando la fama che, seppur lentamente, iniziava a circondarvi?”.
R. – (Sorride) “Andare via? E dove? Questa è la mia casa. La mia vita è tornata quella di sempre, forse con qualche sguardo curioso in più al mercato. Ma la fama non mette il pane in tavola. Ho continuato a fare ciò che sapevo fare: la moglie, la madre e, quando serviva, la cuoca. La vera ricchezza era avere mio figlio che cresceva in pace, non i racconti degli eroi”.
D. – “Molti dicono che la resistenza di Torino fu possibile grazie alla “tempra piemontese”. Voi che ne pensate? Quali sono le caratteristiche della nostra gente che ci hanno permesso di resistere?”.
R. – “Noi piemontesi non siamo gente di tante parole. Siamo abituati a lavorare duro, a testa bassa, e a non lamentarci. Siamo testardi, questo sì. E non ci piace che gli stranieri vengano a comandare a casa nostra. Forse la nostra forza è questa: il silenzio, la fatica e un orgoglio che non si vede, ma che c’è. Non ci arrendiamo facilmente, che si tratti di un campo da arare o di un esercito da cacciare”.
D.- “Cosa significa per voi essere “patriota”? È una parola che i posteri vi attribuiranno. Vi sentivate legata al Ducato di Savoia o semplicemente alla vostra casa e alla vostra gente?”.
R. – “Non conosco parole così importanti. “Patriota”… Per me, la patria era il mio paese, la mia casa, la faccia di mio figlio. Era il Duca, sì, perché era il nostro signore e ci proteggeva. Ma più di tutto, era la nostra gente, la nostra lingua, il nostro modo di vivere. Ho agito per difendere questo, non per un’idea grande e lontana. Se questo significa essere patriota, allora forse lo sono stata. Ma nel mio cuore, ho solo difeso la mia famiglia e la mia casa”.
Oggi, l’eredità di Maria Bricca è tangibile. La galleria da lei indicata porta il suo nome. A Pianezza, un monumento del 1906 e una moderna statua in marmo del 2016 la celebrano. La sua casa è ancora lì, con una targa che ricorda la sua impresa. Nel 1910, la diva del cinema muto Lidia Quaranta la interpretò in un film, e nel 2011 un cortometraggio ha narrato di nuovo la sua storia. È diventata un simbolo immortale.
La vicenda di Maria Bricca è un affascinante intreccio di realtà e rappresentazione. Il suo contributo, sebbene probabilmente limitato a un’informazione di intelligence di importanza cruciale, fu fondamentale per la vittoria. Tuttavia, è la sua trasformazione in un’icona romantica e patriottica che ne ha garantito l’immortalità. Maria Bricca non è solo un personaggio storico, ma l’allegoria del coraggio popolare, un simbolo potente di come la “piccola storia” di un singolo individuo possa confluire nella “grande Storia” di una nazione.



