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La Badoglieide

17/12/2025 | Musica

di Alessandro Claudio Giordano

Poche canzoni condensano la rabbia, la disillusione e la sete di riscatto di un’intera nazione come La Badoglieide. Nata all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943, fu l’atto d’accusa di un popolo che si sentì tradito e abbandonato dalla fuga del Re Vittorio Emanuele III e del Maresciallo Pietro Badoglio. Più che un semplice canto partigiano, è la colonna sonora del collasso morale e istituzionale dell’Italia.

O Badoglio, o Pietro Badoglio,/ingrassato dal Fascio Littorio,
col tuo degno compare Vittorio/ci hai già rotto abbastanza i coglion.

La Badoglieide nacque in modo collettivo e spontaneo nella notte tra il 25 e il 26 aprile 1944. Un gruppo di partigiani della IV banda di “Giustizia e Libera, radicando il canto nel suo territorio d’origine e rendendolo immediatamente memorizzabile e trasmissibile oralmente.

Il testo era un’impietosa biografia politica che, attraverso la figura di Badoglio, processava un’intera epoca. La struttura, basata sulla domanda retorica “Ti ricordi?”, costruiva un atto d’accusa pubblico.

La canzone inchiodava Badoglio al suo passato di fedele servitore del regime, “ingrassato dal Fascio Littorio” e arricchitosi con le guerre coloniali (Etiopia). Ne denunciava l’incompetenza militare e l’indifferenza umana durante le disastrose campagne di Grecia e Russia, contrapponendo la sua tranquillità al sacrificio dei soldati.

A Grazzano giocavi alle bocce/mentre in Russia crepavan gli alpini…

Il cuore della canzone era dedicato agli eventi del 1943: la continuità autoritaria dei “quarantacinque giorni” dopo la caduta di Mussolini e la “fuga ingloriosa” a Brindisi, che lasciò il Paese nel caos.

Nelle strofe finali, la satira diventava manifesto politico. Emergeva la coscienza di un riscatto che doveva essere totale, morale e istituzionale. La guerra partigiana non era più solo una lotta per restaurare il passato, ma una rivoluzione per impedire il ritorno della stessa classe dirigente, rifiutando esplicitamente la monarchia. Il linguaggio crudo e volgare fu una scelta deliberata per dissacrare il potere e spogliarlo della sua aura di sacralità.

Se Benito ci ha rotto le tasche/tu, Badoglio, ci hai rotto i coglioni;/pei fascisti e pei vecchi cialtroni
in Italia più posto non c’è.

La canzone divenne l’inno ufficioso delle formazioni di Giustizia e Libertà, rispecchiandone la linea politica intransigente, repubblicana e antimonarchica. A differenza di altri canti partigiani, il suo bersaglio non era solo il fascismo, ma l’intera classe dirigente sabauda, considerata complice e traditrice.

Sorprendentemente, il canto fu anche adottato anche dai fascisti della Repubblica Sociale Italiana (RSI). che se ne  impossessarono modificandone i versi per farla combaciare con la loro propaganda, che accusava il Re e Badoglio di essere i “traditori dell’8 settembre”. Rimuovendo i riferimenti antifascisti, usarono la stessa melodia e la stessa rabbia per attaccare il nemico comune: la monarchia. Questo paradosso dimostra quanto fosse diffuso e trasversale il sentimento anti-sabaudo.

La carica sovversiva della canzone continuò a fare paura anche dopo la Liberazione. Nel 1966, l’artista Antonio Ricci fu denunciato e multato per averla cantata in pubblico. Questo episodio dimostra come, in un clima di “pacificazione” nazionale, la verità storica cruda e diretta del testo fosse ancora considerata scomoda e oltraggiosa.

Il canto fu riscoperto negli anni della contestazione giovanile. Artisti come I Gufi e i cantautori del Nuovo Canzoniere Italiano ne incisero versioni di grande successo, trasformandola in un simbolo universale della lotta contro ogni potere corrotto e autoritario. La sua irriverenza parlava direttamente alla generazione del ’68.

La Badoglieide è molto più di un reperto storico. Nata come un grido di rabbia, è diventata un manifesto politico, un canto conteso e, infine, un archetipo immortale della satira. Ha dato voce al sentimento di tradimento e ha trasformato la disillusione in un progetto di rottura. La sua eredità vive oggi in ogni forma di satira che usa l’ironia e la rabbia documentata per sfidare il potere, ricordandoci che essa è una forma essenziale di vigilanza democratica.