Nel pieno della Guerra Fredda, un’epoca definita dalla rigida contrapposizione ideologica tra Est e Ovest, un evento scosse le fondamenta geopolitiche del continente americano. Il 4 settembre 1970, il Cile, una nazione con una lunga e orgogliosa tradizione democratica, elesse alla presidenza Salvador Allende Gossens. Non si trattava di una vittoria qualunque: Allende, medico, senatore e co-fondatore del Partito Socialista, divenne la prima personalità politica dichiaratamente marxista a raggiungere la massima carica di uno stato attraverso libere elezioni, non solo nelle Americhe, ma, secondo alcuni storici, nel mondo intero.
L’esperimento di Allende, battezzato “la vía chilena al socialismo”, si proponeva di trasformare radicalmente le strutture economiche e sociali del paese nel pieno rispetto delle istituzioni democratiche e delle libertà costituzionali
Questo esperimento, unico e fragile, si concluse tragicamente tre anni dopo. L’11 settembre 1973, un colpo di stato militare guidato dal generale Augusto Pinochet pose fine al governo di Unidad Popular, bombardando il palazzo presidenziale de La Moneda e instaurando una delle dittature più brutali della storia latinoamericana.
La vittoria di Salvador Allende alle elezioni presidenziali del 4 settembre 1970 fu tutt’altro che schiacciante. In una competizione a tre, Allende, a capo della coalizione di sinistra Unidad Popular (UP), ottenne il 36,3% dei voti. Il suo principale avversario, l’ex presidente conservatore Jorge Alessandri del Partito Nazionale, lo seguiva a strettissimo giro con il 34,9%, mentre il candidato della Democrazia Cristiana (DC), Radomiro Tomic, si fermò al 27,8%. Poiché nessun candidato aveva raggiunto la maggioranza assoluta, la Costituzione cilena del 1925 prevedeva che fosse il Congresso a scegliere il presidente tra i due candidati più votati.
La tradizione democratica cilena voleva che il Congresso ratificasse il vincitore della maggioranza relativa, ma la posta in gioco era troppo alta. Come rivelato da documenti successivamente declassificati, l’amministrazione Nixon negli Stati Uniti attivò immediatamente un piano (noto come “Track I”) per convincere il Congresso cileno a eleggere Alessandri, il quale si sarebbe poi dimesso per consentire nuove elezioni in cui il presidente uscente, il democristiano Eduardo Frei Montalva, avrebbe potuto ricandidarsi contro Allende .
Nonostante le fortissime pressioni esterne e interne, la Democrazia Cristiana, pur essendo ideologicamente distante da Allende, scelse di rispettare la tradizione democratica. Pose però una condizione cruciale: la firma da parte di Allende di uno “Statuto di Garanzie Costituzionali”. Con questo documento, il futuro presidente si impegnava a non alterare gli elementi fondamentali della democrazia cilena, come la libertà di stampa, il sistema educativo, il ruolo delle forze armate e il multipartitismo. Allende accettò e il 24 ottobre 1970 il Congresso lo elesse formalmente presidente.
La coalizione che lo sosteneva, l’Unidad Popular, era un mosaico complesso e talvolta contraddittorio. Al suo interno convivevano il Partito Socialista di Allende e il Partito Comunista, entrambi di matrice marxista ma con strategie diverse, il Partito Radicale, espressione della classe media laica, e il MAPU (Movimento d’Azione Popolare Unitario), un gruppo di cattolici di sinistra scissosi dall’ala progressista della Democrazia Cristiana.
Una volta al potere, il governo di Allende avviò un vasto e rapido programma di trasformazione. L’obiettivo era smantellare il potere delle élite economiche nazionali e del capitale straniero.
Il fulcro del programma economico fu la nazionalizzazione dei settori strategici dell’economia. L’atto più significativo e simbolico fu la nazionalizzazione delle grandi miniere di rame, approvata all’unanimità dal Congresso nel luglio 1971. Il rame era la principale risorsa del Cile, definito da Allende “il salario del Cile”, ma il suo sfruttamento era in gran parte controllato da compagnie statunitensi come Anaconda e Kennecott. Per giustificare un indennizzo nullo o minimo, il governo introdusse il concetto di “profitti eccessivi” utilidades excesivas), sostenendo che le multinazionali avevano guadagnato molto più di un “normale” tasso di profitto negli anni precedenti e che tale surplus dovesse essere dedotto da qualsiasi compensazione . Questa mossa, sebbene popolarissima in Cile, fu vista da Washington come una confisca e inasprì drammaticamente le relazioni con l’amministrazione Nixon.
Le nazionalizzazioni si estesero rapidamente ad altri settori. Sfruttando un decreto legge dimenticato del 1932, il governo espropriò o prese il controllo di centinaia di imprese. Secondo i dati disponibili, nel 1973 lo Stato era arrivato a controllare circa il 90% delle miniere, l’85% delle banche, l’84% delle imprese edili e l’80% delle grandi industrie manifatturiere . Parallelamente, fu accelerata la riforma agraria, già iniziata dal precedente governo Frei, con l’espropriazione di quasi tutti i latifondi rimasti e la loro assegnazione a cooperative contadine. L’obiettivo era porre fine a un sistema semi-feudale e aumentare la produzione agricola.
Le politiche di Allende ebbero un impatto immediato e tangibile sulla vita di milioni di cileni. Grazie a una politica di forte espansione della spesa pubblica e di aumento dei salari, nei primi due anni di governo il potere d’acquisto dei lavoratori aumentò di circa il 40% e la disoccupazione scese a livelli minimi . Furono lanciati programmi sociali iconici, come la distribuzione gratuita di mezzo litro di latte al giorno per ogni bambino, per combattere la malnutrizione infantile. Si investì massicciamente nell’edilizia popolare e nel sistema sanitario pubblico, rendendo gratuite molte prestazioni..
Nei suoi primi dieciotto mesi, il progetto di Allende sembrò un successo travolgente. L’economia cresceva, l’inflazione era sotto controllo e il sostegno popolare era palpabile. Tuttavia, le fondamenta di questo successo erano fragili. L’espansione economica era alimentata da un’enorme spesa pubblica e dall’utilizzo delle riserve di valuta estera ereditate. Le riforme, pur necessarie, avevano alienato completamente le élite economiche e politiche del paese e, soprattutto, avevano messo il Cile in rotta di collisione diretta con la più grande superpotenza mondiale.
Il sogno della “via cilena al socialismo” si scontrò presto con una dura realtà. A partire dal 1972, il governo Allende si trovò stretto in una morsa letale, schiacciato tra una crisi economica e politica interna sempre più grave e una campagna di destabilizzazione esterna implacabile e scientifica.
Le cause del collasso economico furono molteplici. L’enorme aumento della spesa pubblica per finanziare le riforme sociali e gli aumenti salariali non fu accompagnato da un adeguato aumento delle entrate fiscali. Per coprire un deficit fiscale che esplose, passando dallo 0,5% del PIL nel 1970 al 23% nel 1973, il governo ricorse massicciamente all’emissione di moneta . Questa espansione monetaria, unita a un calo della produzione in molti settori (dovuto alle incertezze delle espropriazioni e alla disorganizzazione gestionale), innescò una spirale inflazionistica devastante. L’inflazione, che nel 1971 era ancora contenuta, raggiunse il 225% nel 1972 per esplodere a un tasso annualizzato superiore al 600% nell’agosto 1973.
In questo clima di crescente tensione, nell’ottobre 1972 scoppiò uno sciopero nazionale dei camionisti, guidato da sindacati ostili al governo e, come si scoprì in seguito, finanziato segretamente dalla CIA. Lo sciopero, che durò quasi un mese, paralizzò la distribuzione delle merci in un paese lungo e stretto come il Cile, aggravando la crisi degli approvvigionamenti e portando l’economia sull’orlo del collasso. Fu la prima, grande spallata al governo Allende.
La crisi economica si intrecciò con una polarizzazione politica che divenne presto insanabile. L’opposizione, guidata dal Partito Nazionale (destra) e da una Democrazia Cristiana sempre più ostile, utilizzò la sua maggioranza in Congresso per bloccare sistematicamente le iniziative legislative del governo. Lo scontro tra esecutivo e legislativo paralizzò lo Stato.
Il culmine di questo scontro istituzionale fu raggiunto il 22 agosto 1973. La Camera dei Deputati, con i voti della destra e della DC, approvò una risoluzione che dichiarava il governo di Allende “fuori dalla legalità costituzionale”. Il documento accusava il presidente di 20 violazioni della Costituzione e, in un passaggio fatale, esortava i ministri militari e le Forze Armate a “porre fine immediato” a tali violazioni per “reindirizzare l’azione del governo e ristabilire l’ordine costituzionale” . Sebbene non avesse valore legale vincolante, questa dichiarazione fu interpretata dai militari golpisti come una legittimazione politica per il loro intervento.
Tradizionalmente, le forze armate cilene erano professionali e apolitiche, fedeli alla cosiddetta “dottrina Schneider” (dal nome del generale René Schneider, assassinato nel 1970), che predicava la sottomissione dell’esercito al potere civile democraticamente eletto. Tuttavia, la crisi economica, la polarizzazione politica e la propaganda incessante iniziarono a erodere questa lealtà.
Un primo, grave segnale di allarme fu il “Tanquetazo” del 29 giugno 1973, un tentativo di colpo di stato da parte di un reggimento corazzato, che fu represso grazie all’intervento deciso del Comandante in Capo dell’Esercito, il generale Carlos Prats, un militare leale ad Allende. Prats divenne il principale baluardo della democrazia all’interno delle forze armate, ma proprio per questo divenne il bersaglio di una violenta campagna di demonizzazione mediatica e di pressione psicologica, orchestrata anche con il supporto della CIA. Esasperato e isolato, Prats fu costretto a dimettersi il 23 agosto 1973. Per sostituirlo, Allende, fidandosi del suo curriculum apparentemente legalista e del suo ruolo nella repressione del Tanquetazo, nominò Comandante in Capo dell’Esercito un generale che considerava un fedele costituzionalista: Augusto Pinochet Ugarte. Fu una decisione fatale. In meno di tre settimane, Pinochet avrebbe guidato il colpo di stato che avrebbe distrutto la democrazia cilena.
La crisi interna, per quanto grave, non può essere compresa appieno senza analizzare il ruolo determinante e sistematico degli Stati Uniti. Documenti declassificati negli ultimi decenni dall’amministrazione Clinton in poi hanno rivelato senza ombra di dubbio l’esistenza di una campagna pluriennale, orchestrata ai massimi livelli della Casa Bianca, per destabilizzare e rovesciare il governo di Salvador Allende.
Per il presidente Richard Nixon e il suo Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Henry Kissinger, il Cile di Allende rappresentava una “minaccia straordinaria”. Il timore, come emerge chiaramente dalle trascrizioni delle loro conversazioni, non era tanto che il Cile si trasformasse in una base militare sovietica, ma che l’esperimento della “via cilena al socialismo” potesse avere successo.
Fin da subito dopo l’elezione di Allende, la CIA mise in campo una strategia a due binari per impedirne l’insediamento. In prima battuta un piano politico per convincere il Congresso a non ratificare la vittoria di Allende, che fallì per la resistenza della Democrazia Cristiana. e poi uno parallelo e ed autorizzato direttamente da Nixon, per fomentare un colpo di stato militare immediato. La CIA prese contatto con ufficiali golpisti, fornendo armi e supporto. Questo piano portò direttamente, il 22 ottobre 1970, al tentativo di rapimento e al conseguente assassinio del Comandante in Capo dell’Esercito, il generale René Schneider, che si opponeva fermamente a qualsiasi intervento militare nella politica. L’omicidio, anziché provocare il golpe, scandalizzò il paese e compattò il fronte costituzionalista, spianando la strada alla ratifica di Allende.
L’alba di martedì 11 settembre 1973 trovò il Cile sull’orlo del baratro. Allende, consapevole della cospirazione in atto, aveva pianificato di annunciare quello stesso giorno un plebiscito per risolvere la crisi istituzionale e lasciare che fosse il popolo a decidere il suo destino. Ma i militari agirono per primi. Quella che seguì fu una delle giornate più buie della storia cilena, una rottura violenta e traumatica che avrebbe segnato generazioni.
L’operazione golpista, scattò nelle prime ore del mattino. La Marina, sotto il comando dell’ammiraglio José Toribio Merino, prese il controllo del porto strategico di Valparaíso, tagliando le comunicazioni. A Santiago, le forze dell’esercito, guidate da Augusto Pinochet, si mossero rapidamente per occupare i punti nevralgici della capitale. Il presidente Allende, informato della rivolta, si recò immediatamente al palazzo presidenziale, La Moneda, determinato a difendere la legalità democratica dalla sua sede istituzionale.
Alle 9 del mattino, i militari golpisti diramarono il loro primo proclama, annunciando la costituzione di una Giunta Militare e intimando al presidente di arrendersi e consegnare il potere. Allende rifiutò categoricamente. Iniziò così l’assedio. Il palazzo, difeso solo da un piccolo gruppo di guardie del corpo (il GAP, Gruppo di Amici del Presidente) e da alcuni collaboratori e funzionari, fu circondato dai carri armati e dalla fanteria. Per ore, i difensori de La Moneda resistettero al fuoco delle truppe di terra.
Poco prima di mezzogiorno su ordine della Giunta, due caccia a reazione Hawker Hunter di fabbricazione britannica decollarono e bombardarono il palazzo presidenziale.
Mentre il palazzo era sotto assedio, Allende riuscì a trasmettere un ultimo, storico discorso alla nazione attraverso Radio Magallanes, l’unica emittente pro-governativa ancora in onda.
“Sicuramente, questa sarà l’ultima opportunità per me di rivolgermi a voi… Posto in una transizione storica, pagherò con la mia vita la lealtà al popolo… Hanno la forza, potranno dominarci, ma i processi sociali non si fermano né con il crimine né con la forza. La storia è nostra e la fanno i popoli… Lavoratori della mia Patria, ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore. Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!”
Poco dopo il bombardamento, con La Moneda in fiamme e le truppe che facevano irruzione e Salvador Allende morì.
Con la sua morte e la caduta de La Moneda, il colpo di stato era compiuto. Il potere fu assunto da una Giunta Militare di Governo composta dai comandanti in capo delle quattro forze armate: il generale Augusto Pinochet per l’Esercito, l’ammiraglio José Toribio Merino per la Marina, il generale Gustavo Leigh per l’Aeronautica e il generale César Mendoza per i Carabineros. Pinochet, in qualità di capo del ramo più antico delle forze armate, assunse rapidamente una posizione di preminenza, facendosi nominare “Presidente della Giunta”.
Il nuovo regime agì con rapidità e brutalità. Il Congresso fu sciolto, i partiti politici furono dichiarati “in recesso” e poi banditi, le libertà costituzionali furono sospese e fu imposto il coprifuoco in tutto il paese.
Il regime istituzionalizzò di fatto il terrore attraverso la DINA (Dirección de Inteligencia Nacional), la sua temuta polizia segreta, addestrata e supportata dalla CIA. La DINA operava al di sopra di ogni legge, praticando arresti arbitrari, torture sistematiche e omicidi politici.
I rapporti ufficiali redatti dopo la fine della dittatura, come il Rapporto Rettig (1991) e il Rapporto Valech (2004-2011), hanno cercato di quantificare l’orrore. Le cifre ufficiali parlano di oltre 40.000 vittime di violazioni dei diritti umani, tra cui più di 3.200 persone uccise o fatte sparire e quasi 38.000 sopravvissuti a prigionia politica e tortura . La repressione non si limitò ai confini nazionali. Il Cile di Pinochet fu un attore chiave dell’Operazione Condor, un’alleanza criminale tra le dittature militari del Cono Sud (Argentina, Bolivia, Brasile, Paraguay, Uruguay) per perseguitare ed eliminare gli oppositori politici anche all’estero, con il tacito appoggio degli Stati Uniti.
Parallelamente alla repressione politica, la dittatura avviò una trasformazione economica altrettanto radicale. Pinochet affidò la gestione dell’economia a un gruppo di economisti cileni formatisi all’Università di Chicago sotto l’influenza di Milton Friedman e Arnold Harberger. Questi tecnocrati, noti come i “Chicago Boys”, videro nella dittatura l’opportunità unica di applicare senza filtri politici o sindacali le loro teorie neoliberiste.
Dopo una violenta recessione iniziale, a partire dalla fine degli anni ’70 e soprattutto negli anni ’80, queste politiche produssero una forte crescita del PIL, tanto che si iniziò a parlare di “miracolo cileno”. Tuttavia, questo “miracolo” ebbe un costo sociale altissimo. La ricchezza si concentrò nelle mani di una piccola élite. La distruzione dello stato sociale e la precarizzazione del lavoro lasciarono la maggior parte della popolazione senza tutele, creando un modello di sviluppo basato sull’indebitamento privato e su una profonda vulnerabilità sociale .
Per dare una veste di legalità al regime e proiettare il suo modello nel futuro, nel 1980 Pinochet impose una nuova Costituzione, approvata attraverso un plebiscito fraudolento e senza registri elettorali.
La Costituzione del 1980 fu progettata per sopravvivere alla dittatura stessa, lasciando in eredità alla futura democrazia una serie di “lacci” autoritari e un’impalcatura economica quasi impossibile da modificare Ma la stessa carta costituzionale prevedeva un meccanismo per la sua fine. Così nel 1988, Pinochet indisse un plebiscito per chiedere al popolo di approvare un altro mandato di otto anni per sé. Contro ogni previsione del regime, in un clima di ritrovata libertà di espressione, la campagna per il “No” riuscì a mobilitare la maggioranza dei cileni. Il 5 ottobre 1988, il 56% dei votanti disse “No” alla continuazione della dittatura, aprendo la strada a elezioni libere l’anno successivo.
Nel 1990, il Cile tornò alla democrazia con l’elezione del presidente Patricio Aylwin, a capo della Concertación de Partidos por la Democracia, una coalizione di centro-sinistra che includeva i democristiani e i socialisti rinnovati. I governi della Concertación, che guidarono il paese per vent’anni, si trovarono di fronte a un compito immane: gestire una transizione “pattuita”, mantenendo la stabilità economica e politica, promuovendo la riconciliazione nazionale e, al contempo, facendo i conti con le violazioni dei diritti umani. Pinochet, infatti, rimase Comandante in Capo dell’Esercito fino al 1998 e poi senatore a vita, garantendosi l’immunità.
In questo contesto, i governi democratici agirono con cautela. Furono create commissioni per la verità (Rettig e Valech) che documentarono i crimini della dittatura, ma la giustizia fu lenta e parziale. Sul piano economico, la Concertación non smantellò il modello neoliberista, ma cercò di “correggerlo” con riforme sociali e un aumento della spesa pubblica, ottenendo una notevole riduzione della povertà. Tuttavia, le strutture fondamentali dell’economia e della società, blindate dalla Costituzione del 1980, rimasero intatte. La memoria del golpe e della dittatura rimase un campo di battaglia, con una parte della società che rivendicava giustizia e un’altra, minoritaria ma potente, che difendeva l’operato di Pinochet come un male necessario per “salvare il Cile dal marxismo”.
Per quasi trent’anni, il Cile è stato presentato come un modello di stabilità e successo economico in America Latina. Ma sotto la superficie covava un profondo malessere. Il 18 ottobre 2019, un aumento del prezzo del biglietto della metropolitana di Santiago fu la scintilla che incendiò la prateria. Milioni di persone scesero in piazza in tutto il paese in un’esplosione sociale (estallido social) senza precedenti. Lo slogan che risuonava nelle strade, “Non sono 30 pesos, sono 30 anni”, riassumeva la natura del malcontento: le proteste non erano per un singolo provvedimento, ma contro le disuguaglianze strutturali generate da trent’anni di modello neoliberista.
Le rivendicazioni riguardavano le pensioni da fame del sistema privato delle AFP, le lunghe liste d’attesa nel sistema sanitario pubblico, l’istruzione costosa e indebitante, i salari bassi e la sensazione generale di un’ingiustizia profonda, di una vita precaria e di abusi da parte di un’élite intoccabile. Al centro di tutte le critiche vi era la Costituzione del 1980, identificata come la madre di tutte le disuguaglianze, la gabbia istituzionale che impediva qualsiasi cambiamento significativo.
La pressione popolare fu tale da costringere la classe politica a concedere l’unica via d’uscita possibile: un processo per scrivere una nuova Costituzione. Nel plebiscito dell’ottobre 2020, quasi l’80% dei cileni votò per sostituire la carta fondamentale di Pinochet. Tuttavia, il percorso si è rivelato tortuoso e ha messo a nudo la persistente polarizzazione del paese. Una prima proposta di Costituzione, molto progressista e redatta da una Convenzione a maggioranza di sinistra e indipendente, è stata bocciata da un referendum nel settembre 2022. Un secondo tentativo, guidato da una commissione a maggioranza di destra, ha prodotto un testo conservatore, anch’esso respinto dai cittadini nel dicembre 2023. Il Cile si trova oggi, paradossalmente, ancora sotto la vigenza della Costituzione del 1980, seppur emendata in più parti.
La sua storia dal 1970 a oggi non è una sequenza di eventi distinti, ma una narrazione continua e profondamente interconnessa. Così l’esperimento di Salvador Allende fallito con il golpe di cui abbiamo parlato, ha lasciato un’importante traccia nella storia sudamericana, esempio comunque di una stagione politica ed istituzionale unica che ha comunque creato i presupposti, anche ideali, di un progetto decisivo che a distanza di decenni restano attuali.



