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Interviste im(possibilli): Rose Montmasson, l’unica donna dei Mille

14/03/2026 | Interviste IA, Storia e Tradizione

di Alessandro Claudio Giordano

Abbiamo creato con l’ausilio dell’IA  una serie di interviste immaginarie che ci accompagnerà in un viaggio lungo tre secoli: dal Settecento ai giorni nostri. Un percorso che non segue i sentieri battuti dei grandi eventi, ma preferisce i vicoli della vita quotidiana — la casa, il lavoro, il corpo, le relazioni, i sogni e i silenzi — così come le donne di ogni epoca li hanno vissuti, subiti, trasformati.

Le protagoniste di questi incontri non sono necessariamente le più celebri. Sono quelle che hanno caratterizzato il loro tempo dall’interno: madri, artigiane, intellettuali, ribelli, custodi di saperi dimenticati. Donne reali o emblematiche, ma sempre scelte per ciò che ci raccontano di un’epoca e di chi la abitava.

Le interviste sono immaginarie — nessuna macchina del tempo, ma le parole che troverete nascono da ricerche storiche, documenti d’archivio e dalla capacità dell’IA di tessere insieme frammenti di realtà. Il risultato è una finzione ragionata, che aspira alla verità più di molte ricostruzioni tradizionali.

Buona lettura. O meglio: buon incontro

Nata il 12 gennaio 1823 a Saint-Jorioz, in Savoia, allora parte del Regno di Sardegna, Rose Montmasson – conosciuta anche come Rosalia – ha vissuto una vita straordinaria, affrontando difficoltà e sfide con una tenacia sorprendente. Proveniente da una famiglia modesta, si è distinta per il suo spirito indipendente e per l’impegno politico che l’ha portata ad essere l’unica donna a partecipare attivamente alla storica spedizione dei Mille, fianco a fianco con Giuseppe Garibaldi e i grandi protagonisti del Risorgimento. La sua vita è stata un susseguirsi di colpi di scena: dal legame con Francesco Crispi alle scelte radicali, dalla lotta per l’unità d’Italia alla solitudine degli ultimi anni. Rose Montmasson è rimasta fedele ai suoi ideali di libertà e giustizia, lasciando un segno indelebile nella memoria nazionale.
Torino, una mattina luminosa ma discreta. Un palazzo antico, ambienti silenziosi. In una sala ampia, con alte finestre ed un ambiente che sembrerebbe riportarci indietro di decenni incontriamo Rose Montmasson, la sola donna dei Mille, pronta a raccontare la propria storia.
L’atmosfera è raccolta ed ogni parola, pronunciata nella quiete della sala, risuona con autenticità in un confronto che diventa, più che intervista, testimonianza viva di un’intensa esistenza spesa per la libertà e la giustizia.

D. – Signora Montmasson, quali ricordi porta con sé della sua infanzia e dei primi anni in Savoia?
R. – La mia infanzia in Savoia è stata segnata dalla semplicità e dal lavoro quotidiano. Vivevo in una casa modesta, circondata da paesaggi montani che mi hanno insegnato il valore della resilienza. Da bambina aiutavo la mia famiglia nei campi e nelle faccende domestiche; le stagioni scandivano il ritmo della nostra vita. In quel contesto, ho imparato a non scoraggiarmi di fronte alle difficoltà e a credere che anche chi nasce in condizioni umili può perseguire grandi sogni. Il legame con la natura e con la comunità locale mi ha dato un senso di appartenenza e orgoglio, elementi che hanno guidato ogni scelta della mia esistenza.
D. – Che cosa l’ha spinta ad avvicinarsi agli ideali patriottici e rivoluzionari?
R. – L’ingiustizia che vedevo attorno a me era difficile da ignorare. Sentivo il peso della divisione e della mancanza di libertà che affliggeva il popolo italiano. Le discussioni con amici e conoscenti sul futuro della nostra terra hanno risvegliato in me il desiderio di partecipare al cambiamento. Ho incontrato persone animate da passione politica, uomini e donne pronti a rischiare tutto per un’idea. L’esempio dei patrioti, la lettura di scritti rivoluzionari e il coinvolgimento diretto nelle attività clandestine mi hanno spinta a superare la paura e a dedicare la mia vita alla causa dell’unità e dell’emancipazione nazionale. Per me, la rivoluzione non era solo una lotta pubblica, ma anche una chiamata personale a mettere l’amore per la giustizia al di sopra di ogni altro interesse.
D. -Come avvenne il suo incontro con Francesco Crispi e cosa ha rappresentato per lei?
R. – Francesco Crispi entrò nella mia vita in un momento di profonda ricerca di ideali. L’ho incontrato nel 1849, quando era già segnato dalle ferite della vita e dai dolori personali. Lui era vedovo, portava in sé la sofferenza per la perdita della moglie e dei figli, ed era profondamente coinvolto nelle vicende politiche del tempo. Il nostro incontro fu intenso: ci unimmo non solo per affetto, ma soprattutto per una comunanza di intenti. Insieme abbiamo condiviso la speranza di un’Italia libera, affrontando il rischio, l’esilio e la persecuzione. La sua forza e il suo coraggio hanno alimentato la mia determinazione; la nostra relazione fu un sodalizio di cuore e di mente, pur tra le difficoltà e le ferite che la vita ci ha imposto.
D. – Può raccontarci della fuga a Malta e del vostro matrimonio?
R. – La fuga a Malta è stata una svolta drammatica. Dopo il fallimento della cospirazione mazziniana a Milano nel 1853, Francesco fu costretto a lasciare tutto e cercare rifugio. Nonostante i rischi, lo seguii senza esitazione: la mia fedeltà agli ideali e all’uomo che amavo era più forte della paura. A Malta ci siamo sostenuti a vicenda, in un ambiente difficile e incerto. Nel dicembre 1854 ci siamo sposati, unendo le nostre vite anche dal punto di vista legale, in una cerimonia che, pur ostacolata dalle circostanze, era carica di significato. Il nostro matrimonio fu una promessa di resistenza e di futuro: nel cuore di un esilio forzato, abbiamo continuato a progettare, a sperare e a tenerci pronti per il ritorno alle lotte italiane.
D. – Che cosa ricorda degli anni trascorsi a Parigi prima del ritorno in Italia?
R. – Parigi rappresentava per noi una città di fermento intellettuale e politico. Negli anni tra il 1854 e il 1858, la capitale francese brulicava di idee rivoluzionarie, di rifugiati politici, di discussioni accese nei caffè e nei salotti. Abbiamo vissuto in una modesta abitazione, circondati da amici e compagni d’esilio. I giorni erano scanditi da incontri segreti, letture e la preparazione di nuove strategie per sostenere la causa italiana. Nonostante la nostalgia per la patria, Parigi ci offriva un respiro internazionale e ci permetteva di mantenere i contatti con altri patrioti europei. In quei momenti, la speranza di tornare in Italia era sempre viva; sentivamo che il nostro destino era legato a quello della nazione e che, presto, avremmo potuto dare il nostro contributo direttamente sul campo.
D. – Come è riuscita a unirsi ai Mille e quale fu il suo percorso fino a Genova?
R. – Unirsi ai Mille fu il frutto di una serie di decisioni coraggiose e di una determinazione inflessibile. Nel marzo 1860, presi la decisione di partire per Messina a bordo di un vapore postale, contribuendo così a rendere possibile lo sbarco di patrioti siciliani come Rosolino Pilo e Giovanni Corrao. Successivamente mi recai a Malta per avvertire i rifugiati italiani dell’imminente spedizione, mettendo a rischio la mia sicurezza pur di mantenere viva la rete dei rivoluzionari. Alla fine, tornai a Genova in tempo per unirmi ai Mille: per farlo, dovetti travestirmi da militare, aggirando le restrizioni e il divieto esplicito di mio marito di partire da Quarto. Fu un atto di ribellione, ma soprattutto di profonda fedeltà alla causa e di solidarietà verso i compagni. L’imbarco sul Piemonte segnò il mio ingresso nella storia: fui l’unica donna a partire, consapevole delle difficoltà, ma determinata a non restare spettatrice.
D. – Che ruolo svolse concretamente durante la spedizione dei Mille?
R. – Durante la spedizione, mi sono dedicata principalmente all’assistenza dei feriti. Ho lavorato instancabilmente per medicare, consolare e sostenere chi soffriva, imparando tecniche di pronto soccorso e affrontando situazioni di grande emergenza. Tuttavia, non mi sono limitata al ruolo tradizionale: quando la situazione lo richiedeva, ho impugnato il fucile e combattuto al fianco dei miei compagni. In Sicilia, mi ribattezzarono Rosalia, e quel nome divenne per me simbolo di rinascita e appartenenza. Il mio contributo fu quello di una donna determinata, capace di superare le barriere culturali e sociali per affermare il suo valore nella lotta per la libertà. Ogni giorno era una sfida, ma sapevo che la mia presenza era importante e che stavo compiendo qualcosa di essenziale per il futuro dell’Italia.
D. – Si sentì mai discriminata o ostacolata come unica donna tra i Mille?
R. – All’inizio, non nego di aver incontrato diffidenza e pregiudizi. Essere l’unica donna in mezzo a centinaia di uomini significava dover continuamente dimostrare la mia capacità e il mio valore. Alcuni mi guardavano con sospetto, altri con curiosità, pochi con simpatia. Tuttavia, la mia determinazione e la mia dedizione hanno lentamente conquistato il rispetto dei compagni. Ho dovuto lottare non solo contro il nemico esterno, ma anche contro le barriere invisibili dell’epoca. Ogni ostacolo mi ha resa più forte e più consapevole del senso della mia presenza. Credo che il vero progresso si ottenga quando si ha il coraggio di affrontare le convenzioni e di proporre un esempio nuovo. Per me, la causa della libertà era più grande di qualsiasi ostilità.
D. – Com’è cambiata la sua vita dopo la spedizione e quali furono i rapporti con Crispi?
R. – Dopo il successo della spedizione, le nostre vite presero direzioni diverse. Francesco, ormai immerso nella vita politica, abbracciò posizioni monarchiche che tradivano gli ideali repubblicani che avevamo condiviso. Questo provocò una frattura profonda tra noi: io rimasi fedele ai principi originari e alle speranze di una società più giusta. La rottura fu dolorosa e pubblica; fui ripudiata e mi ritrovai sola, ma con la dignità di chi non ha mai abbandonato le proprie convinzioni. Vissi a Roma, sostenuta dalla pensione dei Mille, lontana dai clamori e dagli onori, ma con la serenità di chi sa di aver fatto la propria parte nella storia. Non ho mai rimproverato a me stessa le mie scelte, perché sono state guidate dall’integrità e dalla passione.
D. – Quale messaggio sente di lasciare a chi oggi lotta per i propri ideali?
R. – Vorrei dire a chiunque, soprattutto alle donne, di non temere di essere audaci. La storia si costruisce con il coraggio di chi osa andare controcorrente, di chi non si lascia piegare dalle difficoltà. Siate perseveranti, seguite il vostro cuore e restate fedeli agli ideali che vi animano. Il cammino può essere solitario e pieno di ostacoli, ma la forza della volontà può davvero cambiare il destino di una persona, e, a volte, di un’intera nazione. Non smettete mai di credere nella possibilità di trasformare il mondo, anche se tutto sembra perduto: ogni piccolo gesto di tenacia contribuisce a costruire il futuro.